Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sull’uso del cellulare da parte degli adolescenti anche alla luce delle nuove disposizioni ministeriali che hanno di fatto vietato l’utilizzo dei dispositivi elettronici a scuola.
Partiamo da tre considerazioni preliminari che si basano su osservazioni dirette e su quanto emerge da un confronto con altri colleghi:
- la sensazione diffusa (in attesa di comunicazioni ufficiali da parte dei servizi di telefonia mobile) è che non si assiste allo sperato calo di connessione da parte dei giovani: basta controllare i tempi di utilizzo del telefono per vedere che in alcuni casi questi continuano ad aggirarsi intorno alle dieci-dodici ore giornaliere. Due sono le cose: o il telefono continua ad essere usato anche di mattina o viene acceso più a lungo nel pomeriggio e durante la notte. Tertium non datur. In poche parole: quello studente che da sempre ha un controllo genitoriale, dei limiti di tempo o una qualche forma di limitazione, continua – indipendentemente dal divieto – a mantenere un basso profilo di utilizzo; chi invece è libero nell’uso del cellulare (senza controllo dei genitori, senza limitazione dati) trova ancora oggi il modo di aggirare l’ostacolo anche a scuola.
2. Parlando con i genitori, pochissimi hanno notato un vero cambiamento nelle abitudini dei figli: la dipendenza da cellulare non sembra essere stata scongiurata, con l’effetto – in taluni casi – di una maggiore chiusura in casa nelle ore pomeridiane per recuperare il tempo di utilizzo dei social.
3.I ragazzi escludono, nella quasi totalità dei casi, una diminuzione della loro attività online, lasciando intendere che, se non possono sbirciare i loro canali social a scuola o in mattinata, concentrano queste azioni nelle ore pomeridiane e notturne, riducendo gli spazi di studio, di socialità diretta e di sonno.
Che significa questo? Che l’intervento di divieto di utilizzo del telefono imposto dal Ministero non sia stato utile? Assolutamente no. A mio avviso è bene aver posto la questione e aver cercato di mettere dei paletti, soprattutto in un contesto educativo come quello scolastico. Il problema è che il solo divieto non è sufficiente e rischia di essere controproducente se non viene affiancato da un altro tipo di approccio che non si basi solo sul diktat, ma tenti la difficile via della persuasione. Il divieto, da sempre, funziona solo apparentemente perché suscita un sentimento di reazione e chiusura che può essere superato soltanto trovando insieme la strada per un risultato condiviso. Difficile? Molto, ma non impossibile.
Ho avuto modo di osservare un gruppo di circa sessanta ragazzi (tra i sedici e i diciotto anni) per quasi 24h giornaliere, per quattro giorni di seguito, durante una gita scolastica. Le sensazioni che ne ho ricavate sono, a mio avviso, interessanti. In primo luogo è evidente come il telefono rappresenti lo strumento che permette di sopperire alla noia: i giovani non hanno ‘tempi morti’, non sono accettabili, c’è l’ansia del fare e il telefono supplisce a questa condizione, riempiendo il senso di vuoto. Il telefono fa inoltre parte del loro vivere quotidiano e le soluzioni ai problemi vengono ricercate unicamente nelle app: andare da un punto A ad un punto B della città o del luogo di visita, trovare un posto dove mangiare, dove divertirsi; cercare una fontanella; chiamare un taxi, pagare con carta online, segnalare la propria posizione … Tutto è nel telefono e tutto è compiuto tramite il telefono. Ne consegue che senza questo strumento si vive come individui cui manchi qualsiasi punto di riferimento, esseri viventi in un contesto ostile, non decifrabile. Prendete un bambino e lasciatelo solo in un luogo sconosciuto: è la stessa identica paura, sensazione di smarrimento che si innesca in un ragazzo che si trova a girare senza telefono.
Vi è, infine, un’ultima considerazione, quella che mi ha stupito di più: la socialità, qualora possibile, è più forte del telefono. Mi spiego meglio: quando i giovani sperimentano situazioni di convivenza, socialità di gruppo, possibilità di relazionarsi con altri, il cellulare non dico che scompare, ma rientra in un uso più razionale (postare una foto, cercare un contatto … ) e lo scrolling compulsivo, che si lega allo stato di noia, viene completamente azzerato.
Possiamo, a questo punto, trarre alcune conclusioni: il telefono, oltre ad avere un’utilità pratica per i giovani (innegabile e irrinunciabile) perde di valore quando si avverte di essere in contesti di socialità diretta che implicano relazioni umane vere. Si comincia a capire come guardarsi negli occhi sia più bello che attraverso un video; che è piacevole la conversazione di gruppo anche se implica una maggiore esposizione di sé; che può essere più facile innamorarsi e comunicare direttamente una sensazione, un’emozione. La vita vera viene ancora percepita come più forte di quella fake che i social ci mostrano.
E’ possibile, dunque, trovare una strada che non sia il semplice divieto, una strada che sfrutti il modo di vedere e comunicare dei giovani? Assolutamente sì. Cominciamo a dire che il telefono è uno strumento, utile, ma che tale rimane; adottiamo anche noi adulti uno stile di vita che limiti e ridefinisca completamente l’uso dei cellulari; diffondiamo la pratica (iniziata per reazione in ambienti antiglobal) che è ‘figo, popular’ possedere un dumbphone, un telefono di quelli senza internet e senza app. Facciamo in modo che gradualmente i ragazzi prendano consapevolezza di quante ore perdono della vita vera con il visionare video, tiktok o instagram; premiamoli quando decidono di lasciare il telefono a casa per andare a fare una partita con gli amici (trattenendo le nostre ansie per la paura che non siano sempre raggiungibili). Mostriamo ai nostri giovani che il loro vivere con un cellulare è un vivere ingabbiati, intrappolati in un meccanismo governato dalle ansie genitoriali e dagli interessi economici delle case di produzione. Facciamo vedere loro che un’alternativa è possibile. Portiamoli in zone naturali dove la disconnessione è inevitabile e lasciamoli che si annoino a guardare il cielo, le nuvole, il mare. Diamo loro il senso vero della vita, con fatica, con perseveranza, guadagnando un metro (un’ora) di libertà ogni giorno, senza che l’imposizione del divieto ci dia la sensazione falsa di avere ottenuto i nostri scopi. Sono convinta che nei nostri giovani ci sia già l’antidoto contro l’impoverimento e l’autodistruzione,il nostro scopo (genitori, scuola, società) è che lo scoprano e lo applichino.